Serialità
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in flagranza di reale

Premessa
Una mattina di giugno 2003 uscivo per la prima volta con una macchinetta fotografica sulle strade di Padova. Lo strumento (si trattava di una digitale di una oscura sottomarca) non era niente di eccezionale: un solo megapixel, niente zoom, nessun controllo su apertura del diaframma o tempo di posa. Quello che mi importava però non era il risultato tecnico-qualitativo dell’immagine, ma qualcosa d’altro: alzato lo sguardo, e con esso la macchina fotografica, iniziai a prendere fotografie dei palazzi patavini.
Per diverso tempo credetti di essere interessato esclusivamente ai ritmi architettonici dei palazzi fotografati, così come alla composizione e alla valorizzazione grafica delle linee e delle strutture degli edifici che avevo modo di osservare – pensavo cioè di voler tenere conto soprattutto di quello che concorre alla formalità compositiva di un’immagine. Ci misi molto più tempo a capire meglio cosa mi ero effettivamente messo a fare.

In origine
Iscrittomi all’università, mi ero trasferito a Padova nell’ottobre del 1997. Venivo da un paese di montagna nel quale, quando si alzano gli occhi al cielo, si continuano a vedere rocce e terra. A Padova il gioco funzionava ugualmente, solo che al posto dei monti c’erano dei palazzoni alti almeno venti piani. La sostituzione non mi era affatto dispiaciuta.
Non ho mai avuto un buon senso dell’orientamento e, per non perdermi o non arrivare troppo in ritardo agli appuntamenti, mandai a memoria vari edifici padovani, che utilizzai poi a mo’ di balise. Per raggiungere un qualche dipartimento universitario, o le aule studio, o gli appartamenti di amici e amiche, le mense e i bar, le librerie, visualizzavo non la strada che avrei percorso, ma le banche, le case e gli uffici a cui sarei passato davanti. Ogni costruzione era una tappa importante nel mio avvicinarmi alla meta prestabilita, e ogni volta che uscivo di casa sapevo che avrei presenziato a diversi appuntamenti, tanti quanti i palazzi davanti ai quali sarei transitato. Ancora oggi, dopo più di dieci anni, non conosco quasi nessuno dei nomi delle vie di Padova, e per spiegarmi una strada mi si deve descrivere qualche edificio che la contraddistingua (che poi è ciò che si fa con chi non è pratico di un posto: gli si descrivono le case che dovrebbe incontrare sul suo cammino – mi rendo conto di trovarmi in una situazione che ha del ridicolo).
Nella primavera del 2003 stavo passando un momento non felice, ma un episodio particolare mi scosse dal torpore nel quale versavo in quel periodo: accompagnai la persona che amo a far delle fotografie, e per tutto il tempo dell’uscita non riuscii a trattenermi dall’indicarle un qualche oggetto o una veduta da fotografare, rendendomi con tutta probabilità alquanto insopportabile. L’idea di prendere una fotografia di qualcosa mi aveva scosso. Acquistato subito un apparecchio fotografico al rientro a Padova, però, mi bloccai: cosa avrei dovuto o voluto fotografare? Mi facevo queste domande affacciato alla finestra di casa e, guardando fuori, mi resi conto di come, girando lo sguardo, cercassi in maniera continua e ripetuta i “miei” palazzi: quello verde che mi urlava in faccia appena uscivo dalla stazione dei treni; l’edificio dell’INPDAP, con la sua buffa spanciatura, che scavalcavo per andare a lezione di inglese medievale; le banche attorno a via Venezia e il loro riflettersi a vicenda nei propri muri fatti di vetro, che mi accecavano ogni mattina; e tanti altri, di fronte ai quali avevo stretto amicizie, bevuto troppo, scambiato baci, o ero stato preso a male parole.
Così presi la macchinetta e uscii di casa.

Palazzi, serialità, fotografia, album di famiglia
Da quando vivo in città mi sono sempre piaciuti i palazzi; in particolare ho sempre nutrito una profonda passione per i caseggiati popolari e gli uffici lavorativi, ovvero quelle sterminate costruzioni i cui ritmi architettonici ossessivamente ripetuti e i cui moduli seriali che si ripropongono inesausti ogni pochi metri o decimetri mettono in crisi le nostre intime convinzioni riguardanti la singolarità e l’originalità di un dato elemento (costruzioni assolutamente comuni nella loro diffusa distribuzione che, in ultima istanza, rendono ottimamente conto di un concetto del reale sempre nuovo e differente nella sua ripetizione). All’inizio del mio percorso fotografico pensavo di essere un semplice documentatore di ritmi e costruzioni. Poi però ho scoperto che non mi interessava costituire un catalogo architettonico di Padova (e in seguito delle città nelle quali ho abitato); quello che volevo fare era dare conto di un’esperienza, suggerire delle vedute, invitare ad alzare lo sguardo. Il paesaggio come macro-forma da studiare e ristrutturare, ma anche come condizione del nostro vivere, del nostro essere immersi, qui e ora, nel mondo. Uscire di casa, andare a caccia di fotografie, inteso come il far parte di un più profondo accorgersi di ciò che ci sta intorno. Grazie alla fotografia ho reso esplicita la relazione che intrattengo con le città nelle quali vivo, e costruisco un nuovo rapporto, non solo mio personale, con le cose che fotografo. Impiego la fotografia come un dito indice e quando, a proposito di un mio scatto, sento dire qualcosa come "Ah, quel palazzo... ci passo davanti ogni giorno, ma non mi ero mai accorto fosse così”, ecco, so di aver colto una buona fotografia.
La fotografia è anche un detonatore di esperienze. Di fronte a quell’edificio, di cui prendiamo coscienza osservandone la foto, cosa ci è successo? Quante mattine siamo passati di là, con finestre e colonne che ci si piantavano negli occhi, a rincorrere l’autobus? Quante volte abbiamo cercato di evitare la pioggia camminando sotto il portico di quel caseggiato? E cosa abbiamo pensato, chi abbiamo incontrato, cosa abbiamo in definitiva vissuto mentre ci sfilavano sopra gli occhi tutti gli edifici del nostro spostarci quotidiano? Concentrati funzionalmente sulla meta da raggiungere, non ci accorgiamo del percorso che stiamo compiendo. La fotografia agisce sull’esperienza del viaggio vivificandola - viaggio che senza fotografia deperirebbe a spazio vuoto fra due soli punti importanti, mentre di punti importanti il tragitto ne è colmo. Fotografia, insomma, come connessione e relazione diretta con le cose, come gesto, comportamento, esercizio di tutto il proprio essere nei confronti del mondo.
Le fotografie che nel corso degli anni ho scattato alle facciate dei palazzi di Padova, Milano e Londra (città nelle quali ho vissuto, studiato e lavorato) non sono mai state intese né come forma di denuncia di supposte brutture architettoniche, né come canti d’amore ispirati da malintese idee romantiche sulla decadenza urbana. Non mi è mai interessato raccontare solo l’edificio in sè, o chi si cela dentro e dietro ad esso, ma principalmente offrire lo sfondo davanti al quale miriadi di esperienze sono avvenute, e sono ancora potenzialmente possibili; il pensiero che sostiene tutte le foto scattate in questi anni non è assimilabile a quello che produce raccolte e cataloghi architettonici alla Alinari o alla Taschen, ma ad album di famiglia nei quali si ritrovino i luoghi che hanno fatto (o potrebbero fare) da sfondo ai propri accadimenti personali, nei quali, e in parte grazie ai quali, si è svolta (o si potrebbe svolgere) la propria vita.

Sviluppi
Le fotografie di queste serie sono state suddivise inizialmente in base a una componente visiva per così dire lampante – la rastremazione o meno delle linee verticali degli edifici fotografati. Con i due termini impiegati, "frontali" (1 - 2 - 3) e "rastremate" (1 - 2 - 3)(quest'ultimo deriva da “rastremazione”, ovvero l’inclinazione delle linee presenti in una fotografia data dall’inclinazione stessa del piano fotografico rispetto a ciò che viene fotografato - l'effetto che si ottiene viene considerato un “errore” in molti manuali per quanto riguarda la fotografia d’architettura), ho voluto non tanto proporre una differente interpretazione fotografica di uno stesso soggetto, più o meno corretta, più o meno rigorosa, quanto una specifica visione (ovvero esperienza) dell’edificio stesso. Alcune fotografie ritraggono sempre gli stessi edifici, o le stesse facciate, fotografie scattate in tempi differenti e con macchine fotografiche diverse, a comprovare l'assiduo passaggio di fronte a questi edifici, l'inesauribile passione che mi lega ad essi.
La gran quantità di facciate e palazzi accumulati nel corso degli anni mi ha permesso poi di ricavare alcuni fili tematici particolari dalla più generale raccolta che via via si andava formando; a volte si è trattato di un lavoro a posteriori (come testimonia la gallerie di Serie riflesse, nella quale ho selezionato alcune fotografie legate fra loro dalla semplice quanto primaria tematica delle superfici riflettenti in fotografia e in architettura), a volte si è creato un cantiere di lavoro ulteriore all'interno del campo precedentemente delineato (è questo il caso di fotografie che saranno messe on-line in apposite gallerie in un futuro prossimo).
L'ultima serie a cui sto mettendo mano, visibile nell'ultima serie Una naturale prosecuzione dell'immaginario, e che si basa su alcune fotografie presenti nelle gallerie precedenti, è il tentativo di fotografare l'idea di un progetto, prendendo un edificio reale e moltiplicando quei ritmi e quelle componenti architettoniche che l'architetto ha dovuto necessariamente selezionare e ritagliare nella realizzazione della propria idea. E' una sorta di ritorno al blocco di marmo iniziale dello scultore, una restituzione di un tutto compiuto e illimitato, così come concepito nella mente di una persona che guarda non solo con i propri occhi e la propria macchina fotografica, ma con l'immaginazione.

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